8 settembre 1943: la rimozione
di Marco Ficarra
http://marcoficarra.wordpress.com
L’8 settembre è una data che nell’immaginario collettivo è sinonimo di sconfitta. Quel giorno del 1943 gli italiani seppero attraverso la radio che l’Italia aveva firmato un armistizio con gli alleati angloamericani e non erano più al fianco dei tedeschi. Le alte gerarchie militari non avevano prestabilito un piano d’emergenza da comunicare ai propri soldati. I tedeschi, invece, un piano lo avevano già da tempo, perché si aspettavano una mossa di quel tipo, dopo l’arresto di Benito Mussolini.
La disfatta
Se guardiamo dal punto di vista della strategia militare, sappiamo bene che quella fu una cocente sconfitta per le alte gerarchie,
In effetti un milione di militari furono disarmati in pochi giorni, dai balcani alla Francia meridionale. In Grecia ci furono alcuni episodi di resistenza e diversi eccidi nel trasporto dei prigionieri che costò la vita a circa 20.000 militari italiani.
Eppure, quando si parla di quella data, il pensiero va solamente alla resistenza partigiana che fu la risposta politica dell’antifascismo italiano. Tutti in montagna e nelle città a combattere i nazisti. I partigiani furono all’inizio poche migliaia ma via via divennero circa 100.000 per poi passare verso la fine della guerra a quasi 300.000.
Un numero importante, la risposta politica all’entusiastica adesione iniziale all’avventura bellica del fascismo. Un’altra Italia aveva deciso di mettere in gioco la propria vita per la libertà.
La resistenza dei militari
Insieme a quella risposta importante della resistenza partigiana, ve ne fu un’altra con numeri e motivazioni molto differenti. Si tratta di quella messa in atto dai militari italiani. Oltre gli episodi, già citati, di resistenza combattuta in Grecia a Cefalonia e a Corfù e in altre località, la maggior parte dei soldati italiani, disarmati dai tedeschi, messi di fronte l’opzione di continuare a combattere quella guerra come collaborazionisti delle forze tedesche e della neonata Repubblica di Salò, espressero un deciso rifiuto.
La natura di quel rifiuto aveva molteplici motivazioni, per la maggior parte di loro voleva dire non combattere più, per altri, rappresentava la fedeltà al giuramento dato, per altri ancora la paura di perdere lo status di militari o la separazione dagli altri commilitoni. Una scelta che veniva maturata in un solitario tormento, pensando ai propri familiari. In gioco c’era la loro vita, da un sì o un no dipendeva la loro vita o la morte. Quindi per molti fu una scelta personale che animò accese discussioni tra loro. Per molti si delineava una scelta anche politica di antifascismo. Una scelta, che in ogni caso, ebbe un impatto sulla nascente Repubblica Sociale Italiana molto devastante. Pensate, l’esercito italiano, che fino a quel momento aveva combattuto la guerra fascista, decideva di non collaborare con i nazi-fascisti ma decideva di mantenere lo status di militari dello stato Italiano. Furono oltre 650.000 i militari che scelsero di non aderire. Una scelta che si riproneva di continuo, perché i soldati internati nei campi di concentramento erano di frequente messi di fronte la scelta dell’adesione o della permanenza nei lager. Una scelta che veniva proposta sul ricatto della fame, poiché il trattamento per chi aderiva era diverso. Molti ex internati raccontavano di adunate fatte davanti a delle baracche con luce, riscaldamento e cibo in abbondanza per chi decideva per l’adesione. Il ricatto della fame a cui la maggior parte di loro decise di non piegarsi. Le vittime furono tra le 35.000 e le 50.000.
Internati militari
Lo status che venne affibbiato loro, non fu quello di prigionieri di guerra ma bensì di IMI - internati militari italiani, un’invenzione dello stesso Hitler che non voleva risparmiare nessuna sofferenza a quelli che per lui erano dei traditori.
I militari italiani che vissero nei lager, patirono la fame, il freddo e le precarie condizioni igieniche, il carcere punitivo, i maltrattamenti e le uccisioni sommarie.
Il tempo passava e i militari, privi dell’aiuto della croce rossa, previsto dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra, speravano nella fine della guerra.
Le conseguenze di quella scelta
Provate ad immaginare quale sarebbe stato l’impatto politico e militare se avessero deciso di collaborare, probabilmente con le loro precarie condizioni non avrebbero cambiato le sorti della guerra, ma forse avrebbero potuto dare manforte nel fronte interno contrastando le azioni dei partigiani.
Molti internati successivamente all’internamento decisero di aderire alla RSI, ma arrivati in Italia, scelsero di combattere a fianco dei partigiani.
Gli imboscati
Nel frattempo Mussolini aveva un problema, come spiegare ai connazionali che il suo alleato deteneva la gran parte dell’esercito italiano. Per questo la propaganda fascista faceva circolare false informazioni in merito, non di prigionieri si trattava ma di lavoratori che liberamente, da civili, sostenevano con il loro lavoro la causa comune. Si parlava di condizioni più che ottime e di paga, altro che la fame e le sofferenze che gli italiani stavano patendo. Insomma dei veri fortunati, per chi in Italia stava subendo i bombardamenti e l’asprezza del conflitto, erano degli imboscati.
Con questo spirito furono accolti al loro rientro alla fine della guerra.
La rimozione
La storia del dopoguerra è stata segnata dalle mille difficoltà nel ricordare i fatti per quello che furono, ancora oggi il revisionismo storico cerca di cambiare le carte in tavola, ponendo sullo stesso piano le vittime e i carnefici. I tentativi di dimenticare il ventennio fascista e la fine della libertà di opinione, l’inizio delle legge razziali che ebbero una forte matrice italiana fin da subito. Le stragi verso la fine della guerra messe in atto non solo dai nazisti ma dai repubblichini, sono tutte cose che non dovrebbero lasciare dubbi sulle verità storiche. Eppure, ci sono verità che emergono con difficoltà e fanno fatica ad affermarsi. A tal proposito suggerisco di leggere Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia di Mario Avagliano e Marco Palmieri: la storia della persecuzione razziale attraverso le lettere e i diari delle vittime. Vi accorgerete di quanto l’Italia fascista ha avuto un ruolo decisivo nella persecuzione degli ebrei.
Una rimozione bipartisan
La vicenda dei militari italiani è stata una verità negata per tanto tempo e (a contribuire) a quella rimozione ha contribuito anche chi ha detenuto per tanti anni il patrocinio della resistenza. Alessandro Natta, che poi divenne segretario del PCI, anch’egli un IMI, si vide riufiutata la pubblicazione del suo libro “l’altra resistenza” non da un editore di destra ma da Editori Riuniti, la casa editrice del PCI che riteneva inopportuna la pubblicazione di quella storia. Quella dei militari italiani è stata una rimozione collettiva. Per le autorità militari è sempre stato troppo difficile ammettere l’assenza di una qualsiasi strategia in vista dell’armistizio. Per la politica italiana, gli IMI rappresentavano una potenziale categoria di combattenti che potevano esigere un ruolo nell’assetto della futura Repubblica e la guerra fredda non lasciava più il tempo per la ragionevolezza. Il PCI era impegnato a rivendicare il ruolo fondamentale nella lotta di liberazione per contrastare la destra che ipotizzava una sua messa al bando. Tutto questo determinò una estromissione dei militari italiani dalla storia della lotta di resistenza.
Il recupero della memoria
Da anni anche gli istituti storici e le associazioni dei partigiani e dei deportati stanno avviando un recupero di quella storia. Si tratta di un recupero non strutturato, d’altra parte molto ancora c’è da fare nella scrittura di quella storia. Solo pochi giorni fa in Sicilia, nel comune di Isnello si è scoperto e celebrato il concittadino partigiano Jaccon trucidato a soli 24 anni nella strage di Salussola. Un recupero avvenuto a 66 anni dai fatti.
Per comprendere e conoscere bene la storia degli internati, vi suggerisco di leggere un altro libro degli autori citati prima Mario Avagliano e Marco Palmieri: Gli internati militari italiani, la storia degli IMI attraverso le lettere e i diari dei protagonisti. Luca Alessandrini direttore dell’Istituto Parri dell’Emilia Romagna ha più volte ribadito che quella dei militari italiani fu la prima e la più imponente resistenza al fascismo.
Questa storia va recuperata, per fare chiarezza sul nostro passato, perché finché esisteranno zone d’ombra e verità scomode daremo adito a coloro che approfittano di questo per confondere i ruoli tra chi ha combattuto per la libertà e chi per il fascismo e quindi la dittatura. Nel sito www.8settembre1943.info è possibile vedere diverse biografie di militari che hanno vissuto quella vicenda drammatica. Dal sito è nato anche il progetto di unastoriainviaggio.org sulle tracce degli IMI Gioacchino Virga e Vittorio Vialli. Le foto sono di Vittorio Vialli.
Nel video qui sotto l’intervista a Riccardo Marchese, uno di quei militari che nell’internamento maturò il suo antifascismo.
Nel video qui sotto invece il racconto di Claudio Sommaruga, uno dei primi internati che raccontò e pubblico la sua storia.
Marco Ficarra (http://marcoficarra.wordpress.com)

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Condivido completamente la tua analisi. Complimenti!!!
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